Quando sentiamo la parola dieta, quasi tutti immaginiamo la stessa cosa: un periodo più o meno limitato nel tempo fatto di rinunce, sacrifici, regole rigide e magari qualche soluzione estrema promessa come “miracolosa”. C’è chi elimina completamente i carboidrati, chi vive di centrifughe, beveroni e barrette, chi entra in chetosi per settimane (spesso vive anche lui di barrette e fa entrare in chetosi anche il portafoglio), chi si affida a farmaci o integratori pensando di aver finalmente trovato la scorciatoia giusta, e in effetti il più delle volte, almeno all’inizio, il risultato arriva: la bilancia scende, i vestiti vestono meglio, ci sentiamo motivati, gli amici se ne accorgono e fanno complimenti... tutto sommato pensiamo che riusciremo a tenere un altro po’, anche se andare al Battesimo con un panino e rinunciare all’ennesimo aperitivo comincia a essere un po’ stressante.
Ma finalmente, ad un certo punto la dieta finisce, possiamo tornare alla normalità, alla nostra normalità, allo stile di vita che per anni ci ha accompagnato e ci ha soddisfatto, magari cercheremo di portarci dietro qualche abitudine, qualche barretta ogni tanto, o magari tenteremo di saltare qualche pasto o mangiare solo proteine per compensare quella cena di troppo. Tuttavia presto però ci accorgeremo che insieme alla dieta sono finiti anche i risultati, quella cena di proteine non ci ha fatto smaltire granchè, quelle barrette ci hanno lasciato una fame insaziabile e dopo che abbiamo saltato il pranzo, una volta tornati a casa, apriremo il primo pacchetto di patatine disponibile e lo spazzoleremo in pochi secondi.
A quel punto, cadremo di nuovo in un turbine di tentativi, digiuni, barrette, sport ossessivo o peggio, l’ennesima dieta miracolo, e un po’ costernati e delusi penseremo che la colpa sia nostra, che siamo pigri, che ci vuole più volontà, che siamo sbagliati, che abbiamo una "brutta costituzione", e quando avremo recuperato tutti i kg persi, se non addirittura qualcuno in più, cercheremo un’altra dieta che possa farci tornare indietro.
E qui entra in gioco un brutto concetto che viene coltivato sia dal settore sanitario che dalle persone comuni: la “dieta” viene affrontata come se fosse un progetto temporaneo.
“Mi metto a dieta per 3 mesi.”
“Stringo i denti fino all’estate.”
“Perdi 10 kg in 10 giorni.”
Tutte queste affermazioni hanno in comune una cosa: il limite temporale. Perchè? Perchè la maggior parte delle diete non sono sostenibili nel lungo periodo.
Invece, come provocatoriamente ho scritto prima, la dieta non dovrebbe finire mai. Ma in che senso?
Mettersi a dieta, non dovrebbe significare solamente entrare in un regime ipocalorico (qualunque esso sia, lecito o meno) fino alla “scomparsa” dei kg di troppo per poi riprendere la vecchia vita tirando finalmente un respiro di sollievo.
Mettersi a dieta dovrebbe essere un concetto più ampio, dovrebbe significare non solo perdere peso in un tempo limitato, ma comprendere come mai si è arrivati a quella condizione che ha iniziato a metterci a disagio, analizzarne i fattori psicologici, ambientali, sociali, abitudinari, imparare come funzionano i cibi, il nostro corpo e la nostra mente, di cosa hanno bisogno, e con i nuovi dati appresi riorganizzare la propria alimentazione in una maniera più sana e rimanere in questo nuovo setting “per sempre”, non solo per dimagrire, ma per stare bene.
Ma quand’è che si può seguire “per sempre” una dieta senza dare di matto? Qui si trova uno dei nodi del problema: se il metodo che usi per dimagrire non è sostenibile nella tua quotidianità, non tiene conto di cosa ti piace fare, del tuo lavoro, delle tue difficoltà di ogni giorno, ovviamente prima o poi tornerai inevitabilmente alle vecchie abitudini. E quando tornano le vecchie abitudini, tornano anche i vecchi risultati, non perché manchi forza di volontà o ci sia pigrizia, ma perché nessuno riesce a vivere per sempre in una modalità fatta solo di restrizioni, di cibi preconfezionati costosi, di rinunce o routine di allenamento insostenibili e non è nemmeno possibile prendere farmaci per tutta la vita, perché prima o poi gli effetti collaterali arrivano.
Le diete troppo aggressive (ma vale anche per lo sport) funzionano spesso come un prestito: ti danno un risultato immediato, ma con gli interessi da pagare dopo, interessi che spesso sono tanto più alti quanto più forte ed evidente sembra il risultato immediato.
Un approccio sostenibile, guidato da una rieducazione alimentare, invece corrisponde al non fare il prestito, ma piuttosto al fare un piccolo corso di economia che ci insegna a risparmiare, che forse all’inizio ci farà avere meno soldi in tasca, magari dovendo rinunciare ad una vacanza o due, ma sul lungo termine ci lascerà senza debiti e con le conoscenze per gestire al meglio i nostri risparmi.
Chi acquisisce educazione alimentare, sviluppa autonomia e consapevolezza imparando:
- a gestire i pasti fuori casa
- a riconoscere la fame reale e la fame nervosa
- a bilanciare i macronutrienti a occhio
- a concedersi flessibilità senza perdere il controllo
- a vivere il cibo senza ansia
Tutto questo anche dopo aver raggiunto il proprio obiettivo di peso, usando i cibi comuni a disposizione nei supermercati e cucinati secondo i propri gusti. Ed è proprio questa autonomia che permette di mantenere i risultati nel tempo!
Inoltre una dieta, intesa come stile di vita quotidiano, che sia sostenibile nel tempo:
- si adatta alla tua vita sociale
- non ti obbliga a mangiare alimenti assurdi
- non elimina categorie di cibo senza un motivo medico
- non ti fa vivere con l’ossessione dello “sgarro”
- non ti fa sentire costantemente “a dieta”
Mangiare bene il 70-80% del tempo per anni, porterà risultati enormemente superiori rispetto a seguire una dieta perfetta per un mese e poi abbandonarla: la sana alimentazione dovrebbe integrarsi nella tua vita, non distruggerla... come la dieta!
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