Un piatto di pasta può far prendere peso, migliorare una performance sportiva o sostenere la crescita di un bambino. E no, non è una contraddizione. È il motivo per cui parlare di alimentazione in termini di “cibi giusti” e “cibi sbagliati” o “quantità giuste” e “quantità sbagliate” è spesso fuorviante. Più che il cibo in sé è fondamentale il contesto in cui viene consumato.
Facciamo un esempio: prendiamo uno degli alimenti più comuni e allo stesso tempo più demonizzati, la pasta. Offriamo adesso la stessa quantità di pasta a tre individui completamente diversi. Cosa succede?
Uomo sportivo a dieta
In questo caso, la pasta va inserita in un contesto in cui l’obiettivo è la perdita di peso.
Questo significa che:
- va dosata con attenzione
- deve integrarsi con gli altri alimenti della giornata
- deve fornire energia sufficiente a sostenere il metabolismo…
- …mantenendo il deficit calorico necessario per dimagrire.
Donna sportiva in mantenimento
La stessa quantità può risultare perfetta per il mantenimento di una donna fisicamente attiva.
Ma il quadro cambia facilmente:
- se l’attività è molto intensa, potrebbe essere insufficiente
- se l’obiettivo è perdere peso, potrebbe essere leggermente eccessiva
Bambino di 3 anni in crescita
Gli stessi 70 grammi possono essere assolutamente adeguati per un bambino di 3-4 anni in piena crescita. Nonostante la corporatura decisamente più piccola, il suo metabolismo è molto più veloce rispetto a quello di un adulto. In questo caso, la pasta (o carboidrati analoghi) diventa una fonte di energia fondamentale per sostenere sviluppo fisico e attività quotidiane.
Alla luce di quanto descritto, appare evidente come attribuire a un singolo alimento un effetto univoco sia scorretto, infatti così come la stessa porzione di pasta ha 3 effetti diversi su tre individui diversi, anche individui simili possono avere necessità differenti.
Dire genericamente che “la pasta fa ingrassare” è come dire genericamente che “un martello è pericoloso”. L’impatto metabolico di un alimento dipende da molteplici variabili:
- fabbisogno energetico individuale
- composizione corporea
- livello di attività fisica
- distribuzione dei pasti
- contesto metabolico e clinico
È quindi più corretto parlare di pattern alimentare complessivo piuttosto che di singoli alimenti.
Un errore frequente è quello di applicare schemi alimentari non personalizzati (come le vecchie diete che si trovavano sulle riviste) o imitare la dieta di altri individui. Differenze anche significative in termini di età, sesso, composizione corporea, stile di vita o condizioni fisiologiche o patologiche rendono ogni piano alimentare necessariamente individuale.
Non bisogna mai confrontare le proprie necessità alimentari con quelle di un altro individuo, perché ognuno di noi, a seconda del momento o fase della vita ha necessità diverse.
Nella nutrizione, non esistono alimenti intrinsecamente “ingrassanti” o “dimagranti”. Esistono invece contesti, quantità e modalità di consumo che determinano l’effetto di un alimento all’interno dell’equilibrio energetico e metabolico individuale. Un approccio efficace non si basa sull’eliminazione di un alimento o sulla restrizione alimentare generica, ma sulla contestualizzazione e personalizzazione delle scelte alimentari.
Per questo motivo, l’educazione nutrizionale e il supporto di un professionista rappresentano strumenti fondamentali per costruire un’alimentazione sostenibile ed efficace nel lungo periodo per il singolo individuo.
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